Two Poems by Pietro Federico, translated from the Italian by John Poch

Davenport, Washington, Jeff Corwin

Translator’s Note

Pietro Federico’s book, La Maggioranza delle Stelle (Most of the Stars, published last year) is made up of fifty poems, one for each US state. The poems are sometimes present-day and sometimes historical, sometimes in the poet’s own persona, but most often inhabiting someone else entirely, whether historical or imagined. The collection is akin to Federico García Lorca’s Poet in New York in its famously surreal and wide-eyed look at our country, its examination of not just New York, but other landscapes, its singular voice (even though multiple voices arise in the pages), its deep spiritual quest, and its startling imagery.


The motto of the state of Colorado is “Nil sine numine” which means: Nothing without divinity. These words are taken from the Aeneid.

Colorado

When I emerge from the mines at Cripple Creek
my arms are so tired
they hang from my shoulders.
Someone has to help me, otherwise
I can’t even empty the bag into the wagon
with the last fragments.
I always come out at sunset, and at first
this Cyclops’ threshold is blinding.
My pupils are small as the head of a pin,
and they register only light.
The rails spit from the cave
their own undoing in divine incandescence.
And I don’t know anything about creation except
for the filth that is on me,
the stones from along the tracks that creak
under my boots, and the buckets and pickaxes
leaning long before the entrance,
safe in shadow.
Then my ears stumble in the river,
my eyes in the mountains.
You hardly remember the names of what you see.
Refinery is an immense stilt-building crammed with braces
half stuck in the rock,
and the rest sticks out so much
in the air above the river
that I still can’t believe they made it stand.
At this time of the day, however, they have stopped the machinery
and in the Chinook wind that descends from the peaks
I hear the vast rustle of the firs
and the melancholy knock of the woodpecker
inflicting on the trunks 
his hungry torment.

But nothing compares to the sunset,
to its coming, diagonal with the wind.
Emerging from the darkness of these caves
against this light, a feeling,
a knowledge grows in you, instinctual:
the very first stars, the mountains,
even your tired, blackened hands—
it is not your seeing them that makes them true.
Many evenings ago I talked about all this
to an engineer who told me:
Most of the stars are hidden from us.
Otherwise the night would be 
a vault of dazzling light,
like the exit from these mines.
Saint, poor man, murderer,
miner, clown, pioneer,
someone please find a way to tell me
all the lives and deaths that a dream of mine
cannot contain.
I believe if the dead and the gods don’t speak to us
it’s because they don’t feel the need
to be right.
The eyes are not pickaxes but sails
in the wind of the sun.

Colorado

Il motto dello stato del Colorado è “Nil sine numine” che vuol dire: Niente senza la divinità. Sono parole prese dall’Eneide.

Quando emergo dalle cave a Cripple Creek 
le mie braccia sono così stanche
pendono dalle spalle inerti. 
Qualcuno mi deve aiutare altrimenti
neanche riesco a svuotare la borsa nel vagone
con gli ultimi frammenti.
Esco sempre al tramonto e dapprima 
questa soglia ciclopica è accecante.
Le mie pupille sono grandi la capocchia di uno spillo
e non registrano che luce.
Le rotaie sputate dalla grotta
si disfano in divina incandescenza.
E non so niente del creato tranne 
l’immondo sudiciume che mi è addosso
le pietre dei binari scricchiolanti 
sotto i miei stivali e i secchi e i picconi 
poggiati molto prima dell’ingresso
salvi nella penombra.
Poi gli orecchi inciampano nel fiume
gli occhi nelle montagne.
Quasi non ricordi i nomi di ciò che vedi.
Raffineria è un’immensa palafitta stracolma di apparecchi 
metà confitta nella roccia
e il resto non ci credi sporge tanto 
nell’aria sopra il fiume
che non ho capito ancora come faccia a stare in piedi. 
A quest’ora comunque hanno fermato il macchinario
e nel vento Chinook che scende dalle cime 
sento l’immenso fruscio degli abeti
e il bussare struggente del picchio 
sui tronchi il tormento 
che infligge loro per fame.

Ma niente è comparabile al tramonto
a questo suo venire diagonale con il vento.
Dal buio di queste caverne uscendo 
controcorrente a questa luce un sentimento 
un sapere ti cresce nell’istinto
le primissime stelle le montagne 
persino le tue mani nere spossate
non sei tu che nel vederle le fai vere.
Molte sere fa parlai di tutto questo 
a un ingegnere che mi disse:
la maggioranza delle stelle ci è nascosta
la notte altrimenti sarebbe 
una volta di luce abbagliante
come l’uscita da queste miniere.
Un santo un poveraccio un assassino
un minatore un pagliaccio un pioniere.
Qualcuno trovi il modo mi racconti
tutte le vite e le morti che un sogno 
non può contenere.
Credo che se i morti e gli dei non ci parlano 
è perché non sentono il bisogno 
di avere ragione.
Gli occhi non sono picconi ma vele 
nel vento del sole.


Arkansas

Don’t ask me where.
When from Venus you turn northwest,
when you have almost made it to Aurora,
you’ll see a house. But I don’t know if it’s still there.
If you see it, don’t fall for it; she sees you. 
There are gods in Arkansas you don’t need to believe in;
they have no need of you, rather a temple.
In my case, this god would have thought 
that little church down 127 in Venus 
was a tight squeeze.
And I know how ridiculous it sounds
when I say it out loud,
but I think it must have taken months,
this sizing up our house from the forest. 
It took my breath away
while helping clear the table
or washing dishes at the window,
or when peeking from the sofa into the absolute dark
just before my wife would draw the blinds.
I work hard, would come home one day a month,
and every time it felt like the forest out back had grown.
It stole from the garden, an inch at a time
taking advantage of my not watching.
One day I found myself sitting on the backdoor steps.
My wife and I were fighting.
I’d see her only once a month,
but she wouldn’t hear about making love.
She stood there looking at the grass,
so yellow and so tall
set against the dark of the trees
and the pressure was just too much.
My wife said I’m never home
and the house was going down the drain.
I looked for excuses, saw the dog run happy,
only his head above the yellow.
The grass isn’t so bad, I said. I called him.
He turned away from me, maybe smelling something,
then dashed breathlessly without a sound,
disappearing into the thick of it.
After the divorce I told the priest about it,
and he said the reason the dog never came back
and the reason for the dark I saw across the lawn
was my lack of faith,
and also said we have too little
consecrated land in Arkansas.
Even if now I say I believe, I can’t 
shake that terror when
the outside is near, even by a window.
One day I had a terrible dream:
one minute an incredible joy inside 
and then the yellow grass.
One moment, and I knew it all. 
I am my own dog. I hear me call,
everything turns off and I hate, 
I hate even my voice calling me. 
I don’t bark or even growl,
and I dash and dash and dash toward the dark.

Arkansas

Non chiedermi dove.
Quando da Venus svolti a nord ovest
e sei già verso Aurora 
vedi una casa ma non so se esiste ancora.
Se la vedi non crederci è lei che ti vede.
Gli déi in Arkansas non hanno bisogno della tua fede
non hanno bisogno di te ma di un tempio.
Nel mio caso la chiesetta di Venus ad esempio
giù lungo la centoventisette gli dovette stare stretta.
E lo so già che detto ad alta voce è ridicolo
secondo me rimase mesi a valutare casa nostra
dalla foresta.
È una sensazione che ti prende 
mentre aiuti a sparecchiare o lavi i piatti alla finestra
o quando dal divano sbirci fuori nel buio assoluto 
appena prima che tua moglie tiri le tende.
Lavoro duro torno un giorno al mese
ed ogni volta il bosco sul retro sembra cresciuto.
Toglie al giardino un centimetro al giorno.
Una volta mi trovo seduto sul gradino
ho litigato con mia moglie
la vedo un giorno al mese 
ma non ne vuol sapere di fare l’amore.
Sta in piedi e guarda nell’erba
così gialla e così alta 
che di contrasto al buio di quegli alberi 
ormai fa impressione.
Mia moglie dice che non ci sono mai 
che la casa sta andando in malora.
Cerco una scusa vedo il cane che corre felice 
soltanto la testa gli sbuca dal giallo
dico L’erba non è poi così terribile. Lo chiamo.
Lui si volta dall’altra parte forse annusa qualcosa
poi senza un suono si lancia a perdifiato
e scompare nel fitto del fogliame.
Dopo il divorzio ne ho parlato con il prete
dice che il motivo per cui il cane se ne è andato  
il buio che vedevo al di là del prato
era la mia mancanza di fede
e inoltre aggiunge che in Arkansas 
abbiamo poca terra consacrata.
Anche se adesso dico il credo non mi tolgo 
dalla testa quel terrore
quando ho vicino il fuori o una finestra.
Un giorno ho fatto un incubo terribile
ho dentro il cuore una felicità incredibile
poi l’erba gialla un attimo e so tutto.
Sono il mio cane sento il mio richiamo
tutto si spegne e odio 
odio persino la mia voce che mi chiama.
Non ringhio non abbaio
e corro corro corro verso il buio.

✶✶✶✶ 

Pietro Federico was born in Bologna, Italy in 1980, and currently lives in Rome. He is a writer, copywriter, story editor, and professional translator. His poetry books include Non Nulla (Ibiskos Editore, 2003), winner of the 2003 “Il Fiore” Pistoia prize, Mare Aperto (Nino Aragno Editore, 2015), winner of the 2015 Subiaco Award and the 2017 Ceppo Award, and La Maggioranza delle Stelle – Canto Americano (Edizioni Ensemble, 2020).Some of his translations are Le Storie Più Mute by Katherine Larson (Edizioni Interlinea), La Ballata del Carcere di Reading by Oscar Wilde (Giuliano Ladolfi Editore), and “Poems” by Martha Serpas (in Testo a fronte published by Marcos y Marcos).

John Poch is the Paul Whitfield Horn Distinguished Professor at Texas Tech University. His poems and translations have appeared widely in magazines such as Poetry, The Paris Review, and Agni. His most recent book is Texases (WordFarm 2019). He is the series editor of the Vassar Miller Poetry Prize, and he recently edited the collection Gracious: Poems from the 21st Century South (TTU Press, 2020).

Over the years, Jeff Corwin has taken photos out of a helicopter, in jungles, on oil rigs, and on an aircraft carrier. Assignments included portraits of famous faces and photos for well-known corporate clients. After 40+ years as a successful award-winning commercial photographer, Corwin has turned his discerning eye to fine art photography. Trusting his vision is important as he has always created photographs grounded in design. Simplicity, graphic forms and repeating configurations personally resonate. He does not second guess elements like composition or content. Humble shapes, evocative lines. Eliminate clutter. Light when necessary. Repeat.